UNA DOMENICA DA MARZAPANE, ROMA.

Una domenica da Marzapane in compagnia di una cara amica. Un pranzo felice tra ricordo e viaggio. Come una lunga passeggiata a Parigi, in una giornata di sole.
Un locale al centro della vecchia Roma, dal nome dolce e romantico, dal fare gentile. Pochi tavoli curatissimi. Un arredamento essenziale ma caldo e deciso. E così il menù. Definito ed intelligente. Suggestivo. Capace di richiamare i sapori e colori della tradizione mediterranea. Bilanciato, come un dipinto tracciato all’aria aperta e di seguito perfezionato in studio.

Non abbiamo avuto il piacere di conoscere la Chef, Alba Esteve Ruiz. Ma sappiamo essere spagnola ed innamorata dell’Italia. Giovane e divertita. Ma anche saggia e coraggiosa come i suoi piatti. Estrosa nella scelta dei dolci e delicata nelle creazioni a base di pesce e di carne.

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Abbiamo iniziato con gambero rosso, melanzane, burrata, pomodoro e pistacchio: un piatto equilibratissimo e davvero ricco di sapori. Il pistacchio gli dà un bel tocco di personalità. Indimenticabile. Per continuare un secondo a testa: coniglio, alice e castagne per la mia amica e calamaro, ricci e carote per me. Da apprezzare l’intensità dei contorni su entrambi i piatti. Brava Alba. Un po’ meno contente del dolce, Agrumi, anice e cannella. Forse unica scelta possibile.

Un posticino davvero speciale. Con un’amica, un collega di lavoro. Un parente esigente e il capo del capo del tuo capo.

VIDEO INTERVISTA A TOMMASO PARADISO: IL TOUR, LE SUE CANZONI E LA VOGLIA DI RACCONTARE UNA STORIA.

Ci sono volte in cui la musica crea un distacco tra la sua essenza più profonda e l’istinto di chi l’ascolta. Altre volte, al contrario, si assiste ad una commercializzazione mediatica dei significati che porta irrimediabilmente alla dispersione degli stessi. Banalizzandoli. Tommaso Paradiso, cantante e autore dei Thegiornalisti, durante il suo tour acustico ha fatto qualcosa di diverso. Di intimo e spontaneo. Ha colmato una distanza, avendo allo stesso tempo cura della sua arte, rendendo il pubblico parte attiva di un consueto dialogo creativo con la sua follia. “Volevo raccontare una storia al pubblico, volevo ridere, scherzare, andare in giro, sentirmi a casa. Un pianoforte al centro e tanta gente intorno ad ascoltare.  Non posso dire che non sia andata esattamente così. Sarà perché molte delle canzoni che Tommaso ha scritto sono un qualcosa che attendevano, che speravamo di ascoltare prima o poi; sarà per la sua spontaneità ed il suo gusto un po’ vecchie maniere; ma quell’atmosfera ha ridato italianità al cantautorato contemporaneo. E tutto questo ci convince. Perché celebrativo di un approccio alle emozioni e allo scambio che è solo nostro. Beh, grazie.

TEASER VIDEO INTERVISTA A TOMMASO PARADISO (THEGIORNALISTI)

AUTOREVERSE | SIAMO STATI UN PO’ TUTTI “SOTTO CASA TUA”.

Sotto casa tua, degli Autoreverse, è una canzone che ho ascoltato molte volte. Spesso mi sono ritrovata a ricercarla – in macchina – tra le mie playlist di Spotify. Ed è in questa consuetudine che si ritrova l’essenza stessa della canzone, nella sua indipendenza dalla modalità shuffle. Sotto casa tua è un pezzo che si decide di ascoltare. Le parole sono semplici e descrittive ed è grazie a questa spontaneità che il messaggio diventa immediatamente chiaro ed apprezzabile. Ci ritroviamo un po’ tutti in questo motivetto ridicolo. Ci raccontiamo le stesse bugie. Ci confidiamo le stesse verità. Una narrativa popolare, quasi scolastica, enfatizzata però da un ritmo indie e reattivo. Indipendente dalle sue stesse parole. Un’armonia che sembra voler allontanarsi dai suoi contenuti. Non c’è respiro. Un fiume di confidenze senza interruzioni. Molto molto carina.

AURORA: IL TERZO ALBUM DE ICANI. MALINCONIA E DESERTI NOTTURNI.

Con Aurora, il terzo album della band, I Cani cambiano contesto. Ci si allontana definitivamente dalla  vita di quartiere e dalle tipicità generazionali, per raggiungere universi molto più intimi e malinconici. Al centro della scena “l’uomo ad una dimensione” che prende coscienza di un’esistenza profondamente inutile dinnanzi alle teorie dell’universo. Una verità priva di ironia, mascherata talvolta dal riflesso dell’Aurora sui nostri pensieri, che segna l’inizio di un nuovo giorno. Avvolti da un’insolita apparente freschezza. Ad accompagnare questo flusso di pensieri un ritmo maturo e sfidante, un insieme di suoni moderni e completi. Un pianoforte elettrico che mette i puntini sulle “i”. Il fallimento dell’uomo prende forma nelle relazioni a due, negli amori, nei tentativi di trovare nuovi stimoli, spesso guardando al passato. Come in Una cosa stupida, dove si tenta di riportare nel presente un dialogo più leggero, dal quale ci siamo voluti volontariamente allontanare, in cerca di una profondità quasi auto-celebrativa. Davanti alla verità, però, lo sguardo si abbassa lasciando spazio alla malinconia e al senso di colpa. In Questo nostro grande amore, in maniera quasi dovuta, Niccolò Contessa ci parla degli amori ai tempi dei social network. L’amore non è più la manifestazione di una follia incontrollabile, incomprensibile, ma un bene di mercato, con un valore quantificabile, con un potenziale che si nutre di pathos e di “solidarietà sociale”. L’intero disco è avvolto da questo senso di deserto notturno e meditativo. Come in Sparire. La melodia è dolce e malinconica e ricorda quella di un vecchio carillon, che rallenta e si ferma su istanti di inquietudine e di preghiera. Alla preghiera questa volta non si affida più la pace interiore o il proprio destino ma l’assenza di sogni. Sparire e smettere di essere protagonisti persino della propria esistenza, abituarsi ad essere avvolti dal silenzio e dalla polvere. D’altronde il sogno ci rende attivi e propositivi dinnanzi ad uno status di irrimediabile passività alla vita. E tutto ciò non ha più un senso. Ne Il posto più freddo torna la notte. E poi la pioggia, il freddo, il buio e una luce che si tenta di accendere attraverso la comunicazione. In fondo questa solitudine spaventa e si chiede aiuto; ma il tentativo è fallimentare perché ricercato nuovamente in qualcosa di finito, di passato. Un album ricco di oggetti vintage pieni di polvere, di dettagli che ci passano davanti, inafferrabili, in un tempo che invece ci costringe a fermare il pensiero e ad approfondire. Un’antitesi costante, che non può finire. Che Non finirà. Torna la metafora del fallimento dell’uomo negli spazi di Calabi-Yau, dove tutto ciò che si muove viene costantemente riportato al suo punto di partenza e diventa sterile ogni tentativo di ricerca di se stessi. Il ritornello è bellissimo e insopportabile allo stesso tempo. Finirà appare come una traccia fantasma, fuori lista. Si ha la sensazione che il disco continui a girare e che improvvisamente il silenzio venga interrotto da un suono spaventosamente calmo. Si passa da un pessimismo relativo, presente in ogni traccia dell’album, ad un pessimismo cosmico che coinvolge l’universo stesso e che vede svanire ogni parte di sé. Non c’è più distanza tra presenza e mancanza. Persino il ruolo della guerra si ridimensiona completamente e viene paragonato a un tubetto di dentifricio. Persino il male smette di avere un ruolo nel mondo. Proprio a nessuno è concesso il diritto di tornare a respirare. Niccolò Contessa, però, non prende semplicemente coscienza dell’immutabilità di un destino così chiaro ma, attraverso Ultimo mondo,  va avanti,  ed assegna alla fine dell’universo una colonna sonora: suoni di diversa origine e natura si mischiano in un unico grido che velocizza il suo andamento fino a sparire definitivamente.

SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE E LA “THE COLONNA SONORA” DEL FILM.

Dal tubo al grande schermo. Dal bianco e nero al pantone. Una tavolozza di colori che improvvisamente torna sulle proprie tonalità originarie, emancipando quell’intenzione di autenticità che da sempre i The Pills hanno dimostrato di avere. Alla fine cresciamo un po’ tutti ma continuiamo a prenderci in giro e, con intelligenza, ci circondiamo di una nuova spensieratezza. La nostra, in fondo, è una generazione che ha fatto dell’ironia e della critica colta l’arma di “sopravvivenza” più potente. Sempre meglio che lavorare è un film che ci racconta. Una pellicola costruita intorno a consuetudini ed espressioni tipicamente romane. Caratterizzanti. Come caratterizzante la colonna sonora del film, perfettamente in grado di armonizzare quel modo di essere. “Volevamo che gli artisti scelti fossero un po’ la versione audio dei The Pills, che contribuissero a realizzare un affresco uniforme insieme alla fotografia e allo spirito generale del film”. Ed è così che Luca Vecchi ci spiega la scelta dei Thegiornalisti, di Calcutta, de ICani: realtà musicali contemporanee che partono da storie di città ed approfondiscono universi personali. Perché in fondo loro sono Romani, un po’ campanilisti e sperimentali allo stesso tempo. Sono fichi. Sono originali ma classici, talvolta impacciati. Sperimentano, osano e si mettono a nudo. Sono voci, sintetizzatori e versi poetici. Note originali di un’unica composizione. Promiscuità, de i Thegiornalisti, è una canzone che ci lascia sorpresi. Ci sconvolge. Ci trasporta in una realtà mista, confusa, piena di figure riconoscibili e di atteggiamenti esagerati. Come ad una festa, dove  si scambiano sguardi che crepano persino il muro. Dove si osa e ci si lascia andare. Dove paradossalmente si è se stessi. Calcutta con Gaetano rappresenta il passaggio, ovvero quella fase di transizione che porta allo sfogo, alla messa in discussione della propria identità, alla ricerca di una vocazione apparentemente dimenticata. Infine, l’inedito de ICani, Questo nostro grande amore, ci spiazza completamente. Debutta nella scena finale del film e si fa ascoltare durante i titoli di coda. Un lungo elenco di esempi e spunti di “attualità” che sembrano essere stati rubati da una home page di Facebook appena aggiornata. Un’apprezzata novità che rafforza il ricordo del film.

ICANI PRESENTANO IL VIDEO DI “NON FINIRA'”. TUTTI PRONTI AD ACCOGLIERE AURORA.

Oggi sul canale youtube della band il video di Non finirà, terzo singolo del nuovissimo album de I Cani, Aurora, in uscita il 29 Gennaio. Un video di presentazione della band su uno sfondo di colori pieni e decisi: uno scenario adatto ad accogliere una produzione più matura ed accurata. Una piacevole conferma. Ad affiancare la band, un insieme di oggetti del passato, ormai inutilizzati, che si fermano nel tempo. Strumenti di vita che ci passano davanti, certi – fin dalla loro creazione – di avere una natura limitata nella storia, certi di finire un giorno in qualche scantinato o di sopravvivere nei nostri ricordi. Al contrario, la creazione di ricordi e il desiderio di sperimentare sono consuetudine attive prodotte dallo stesso tempo, che  invece si rinnova, che cambia, che scorre e va avanti senza fermarsi. Senza finire. Un pensiero narrativo risoluto dunque  e realistico che Niccolò Contessa continua a ripetere, a sottolineare, ad “incidere” nel nostro ascolto.