IL NOSTRO PRIMO PRANZO DA BORGOMELA. IN FIN DEI CONTI LA DOMENICA DOBBIAMO DARCI DI PIU’.

La domenica è il giorno della festa. Dei colori, dei vestiti buoni. Il giorno dei pranzi dai nonni insieme alle zie e alle cugine. E’ il giorno della gita fuori porta e del riposo. E proprio oggi che è domenica ho il piacere di pranzare fuori con la mia famiglia, in un posto davvero speciale. Poco distante da Perugia, Borgomela è molto di più di un ristorante. E’ casa, è accoglienzaborgomela, è eccellenza e tradizione. E’ come il vecchio ricettario  della nonna, con qualche parola cancellata dal tempo ma talmente intatta nei ricordi da rendere quelle ricette perfette ancora oggi.
Una casa bianca con un bell’ingresso e uno spazio grande intorno.  Una padrona di casa gentilissima, Loretta, ad aprire il portone e a darti il benvenuto. Oggetti di casa a rendere l’atmosfera intima e rilassante.  Un menù specchio della tradizione gastronomica umbra, gentile e attuale nella selezione degli accostamenti. Primi e pani esclusivamente fatti in casa. Dolci preparati poco prima di essere portati a tavola. Sapori intensi e freschi, locali. Materie prime eccellenti.
Abbiamo iniziato con uno sformatino di verdure avvolto da una crema di gorgonzola sfiziosissima. Leggero e intenso. Caldo al punto giusto. Io e mia madre continuiamo con uno dei pezzi forti: taglierini funghi e tartufo. Una gioia. La sfoglia tirata a mano da Loretta ogni lunedì, martedì e mercoledì. Uova biologiche scelte personalmente dal marito. Le stesse da sempre. Ed è forse questa sensazione di rispetto a rendere questo piatto così speciale. Filetto su letto di cipolla di Cannara, un altro pezzo forte per mia sorella. Da provare assolutamente, un equilibrio perfetto tra memoria e modernità. Una scelta giovane.  Scegliamo infine una dolce follia a testa. Yogurt greco con mandorle caramellate, un cuore caldo di cioccolato fondente. Un’immancabile torta della nonna e un dessert speciale con Nutella e pistacchi. Una lode allo yogurt greco con mandorle caramellate. Piacevole e inaspettato. Come un bigliettino col pensiero del mattino fuori dal portone.

In fin dei conti oggi è domenica.
Dobbiamo coccolarci e darci di più.

Un posticino da ricordare. Dove portare le migliori amiche, il nuovo fidanzato. Ma anche quello di sempre. Un amico che vive lontano. E tutte, tutte le donne della famiglia!

Per raggiungere Borgomela trovate QUI tutte le informazioni.

 

 

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UNA DOMENICA DA MARZAPANE, ROMA.

Una domenica da Marzapane in compagnia di una cara amica. Un pranzo felice tra ricordo e viaggio. Come una lunga passeggiata a Parigi, in una giornata di sole.
Un locale al centro della vecchia Roma, dal nome dolce e romantico, dal fare gentile. Pochi tavoli curatissimi. Un arredamento essenziale ma caldo e deciso. E così il menù. Definito ed intelligente. Suggestivo. Capace di richiamare i sapori e colori della tradizione mediterranea. Bilanciato, come un dipinto tracciato all’aria aperta e di seguito perfezionato in studio.

Non abbiamo avuto il piacere di conoscere la Chef, Alba Esteve Ruiz. Ma sappiamo essere spagnola ed innamorata dell’Italia. Giovane e divertita. Ma anche saggia e coraggiosa come i suoi piatti. Estrosa nella scelta dei dolci e delicata nelle creazioni a base di pesce e di carne.

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Abbiamo iniziato con gambero rosso, melanzane, burrata, pomodoro e pistacchio: un piatto equilibratissimo e davvero ricco di sapori. Il pistacchio gli dà un bel tocco di personalità. Indimenticabile. Per continuare un secondo a testa: coniglio, alice e castagne per la mia amica e calamaro, ricci e carote per me. Da apprezzare l’intensità dei contorni su entrambi i piatti. Brava Alba. Un po’ meno contente del dolce, Agrumi, anice e cannella. Forse unica scelta possibile.

Un posticino davvero speciale. Con un’amica, un collega di lavoro. Un parente esigente e il capo del capo del tuo capo.

APPUNTI 2018: SIAMO NATI PER CAMBIARE.

nati per cambiareCambiare ed allontanare pensieri pesanti. Alzarsi la mattina e vedersi diversa, semplicemente nuova. Un nuovo libro sul comodino, un nuovo lucidalabbra, una nuova canzone da ascoltare. Un inizio per nuove attese ed impegni. Ho iniziato questo anno celebrando la bellezza del cambiamento. Un gesto pieno di sfumature, portatore sano di nuove energie. Avevo bisogno di guardarmi e di riflettere su argomenti sconosciuti ed allegramente stupirmi. Basta poco: un taglio e un colore. Ed è così che ci si avvolge di una nuova luce.

Siamo nati per cambiare. E questo è un fatto. Siamo creativi e curiosi, siamo in grado di apprezzare un film appena uscito e parlarne con il vicino il giorno dopo. Piazzare la propria vita su delle coordinate fisse e confortevoli ci renderà incompleti. Dobbiamo aggiungere spazi. Per farlo abbiamo bisogno di incoraggiamenti e di sincerità, di un’amica che ci fa sentire speciale, dell’affetto della propria famiglia. Della giusta dose di follia per ricordarci sempre di quel momento. E per viverlo con leggerezza.
Non ci sono regole per cambiare. Ci sono solo molti modi per farlo e molte scelte davanti. A volte mi piace pensare che un piccolo cambiamento possa aiutare a sognare, a realizzare nuovi progetti, ad amare ancora di più. Buttiamoci nei nostri sogni senza paura almeno per questa volta non pensiamo a quello che è stato ma a quello che sarà. Facciamolo e basta. Tagliamo. Costruiamo.

Good time for a change. See, the luck I’ve had. Can make a good man turn bad.
So please please please let me, let me, let me.
Let me get want I want. This time.

Intanto nella mia testa .. questa meravigliosa canzone degli Smith. Ed è questa la canzone che voglio dedicare al cambiamento. Ad ogni nuovo percorso. A questo nuovo anno. Ai progetti che inizieremo e porteremo avanti. A quei desideri che primo o poi metteremo al primo posto. Alle nuove coppie e alle persone sole che prima o poi troveranno un biglietto fuori dalla porta. So please, please, please.

 

QUANDO SI ACCENDEVA LA LUCE DELLA LAMPADA ABAT-JOUR

Quando non c’erano le uscite di testa
I capelli che spaccano e le feste dove non ci si incontra ma si balla
Ma gli alberi coi fiori ad ottobre
I divani rossi
Le chiacchiere fino alle 7, le sigarette
La città che sa di campagna
Il sole ad ottobre, la lampade abat-jour
La fine dell’estate
Le fitte allo stomaco
La malinconia e l’insonnia
Le autostrade umane, la paura di non esistere
I film anni ‘80
La paura di non esistere, le autostrade umane
I vecchi, i gatti, i cinema

E l’estate che riscalda.

LA CHIAMAVANO “GENERAZIONE IN”. DEGLI INCERTI, INCOMPLETI, INSICURI. MA PRIMA O POI CI PASSERA’.

Incerti, incompleti e inquieti. Insicuri, insoddisfatti, incostanti. Abituati a vivere sotto il riflesso della luna. C’è un sole perfetto fuori ma non basta. Il pensiero non regge i ricordi di una spensieratezza così lontana. Continua a leggere LA CHIAMAVANO “GENERAZIONE IN”. DEGLI INCERTI, INCOMPLETI, INSICURI. MA PRIMA O POI CI PASSERA’.

VORREI ASCOLTARTI FRA VENT’ANNI.

Martedì sono stata al concerto de I Cani e sono rimasta molto colpita. Contessa sul palco ha mostrato tecnica, precisione e rispetto per la sua arte. C’era esplosione, follia, eccitazione. Ma anche apprezzate note di sobrietà e concentrazione da parte di tutta la band. Così si fa. Così si cresce. Il fatto è che poi, fuori dall’Atlantico, ho iniziato ad osservarmi intorno, a guardare i volti delle persone, i loro gesti. Ho immaginato la mia vita fra vent’anni e mi sono chiesta: esiste ad oggi un gruppo o un cantautore, della scena nazionale ed internazionale, che ascolteremo fra vent’anni? Che vedremo su qualche palco o magari a teatro, confermando quella stessa pienezza di contenuti e senso di attualità? Gli artisti di oggi hanno nomi cool, scrivono cose cool, lanciano sfide alla socializzazione digitale in modo cool. Sono idoli di una generazione profonda e confusa; quella dei contratti a termine, delle storie a breve termine, degli obiettivi senza termine. Sono il manifesto di una vita che si nutre di emozioni forti, di estremi opposti. Di prese in giro. Di crisi interiori. Di persone che non si fermano, di individualisti a vita, ma non necessariamente per scelta. Per quanto possa immaginare un sussidiario stagione 2 di questa giovinezza, non vedo alcuna proiezione al futuro se non in chiave solista. A parte alcune accezioni che ci tengo ad argomentare. Porrò la mia attenzione su quei linguaggi puramente artistici ed introspettivi, che in qualche modo esulano dalle consuetudini e dalle tendenze, che al massimo si interrogano sulle ragioni. Sto pensando ai Baustelle. Riconosco nel loro linguaggio narrativo uno schema di interpretazione che si basa sui valori, sulle cause, non sugli effetti. C’è un continuo scendere in profondità che esalta la presenza di una costante nell’uomo che però assume forme adatte al presente, sviluppando così atteggiamenti in qualche modo coerenti con lo scenario del tempo. Quello di oggi e quello di domani. Bianconi continuerà a parlare di noi, per quel minimo denominatore che accomuna la nostra esistenza. E lo farà al passo coi tempi. Così come Mogol e Battisti ad esempio, Dalla,  De Andrè a loro modo hanno fatto, accompagnando generazioni e generazioni, mettendo sempre al centro la natura dell’uomo, più di ogni altra cosa. Le caratteristiche più pure, il suo rapporto con l’atmosfera del tempo. L’effetto dei suoi meccanismi sui nostri comportamenti e stati d’animo. C’è poi un secondo scenario che vede protagonisti alcuni front man che hanno eccelso per tecnica, energia e firma poetica. Che continueranno a comporre in maniera sempre più intimistica. I futuri solisti, appartenenti alla categoria “ex cantante dei”. Mi immagino Manuel Agnelli, un teatro, un pianoforte. Nuova parole ma anche vecchi testi che avranno un sapore più nostalgico. Forse un maggior distacco dal pubblico, un atteggiamento maestrale, ma ben accetto. La chiamerei stima. Vorrei includere in questa categoria lo stesso Niccolò Contessa, il quale ha dimostrato, con questo ultimo album soprattutto, un desiderio di emancipazione generazionale. Un gusto più maturo nelle scelte di linguaggio e di suono. C’è un’altra questione su cui è importante riflettere che ci proietta su uno scenario ancora differente. Oggi assistiamo ad un paradossale senso di campanilismo accolto dai fanatici dell’indie rock italiano più contemporaneo. Sarà perché per ritagliarsi un punto di vista su Facebook si è portati a curiosare ed emulare i gusti degli altri. Sarà perché il dialogo tra membri di una stessa “comunità” è per lo più on line, quindi più rapido ed accessibile. Ad ogni modo, queste comunità diventano sempre più grandi. Quei famosi dialoghi si moltiplicano esponenzialmente. Ed è così che un fenomeno originariamente di nicchia diventa popolare al secondo disco. Facebook è il media più forte dei nostri tempi, è il Sanremo del ventunesimo secolo. In questo libro si raccolgono le emozioni e i pensieri della gente. L’indie è ormai dunque parte del programma più popolare di tutti i tempi, che attira da sempre l’attenzione di circa il 50% degli italiani. Diventando essenzialmente pop. Ma in fin dei conti, tutti cantano Battisti.

VIDEO INTERVISTA A TOMMASO PARADISO: IL TOUR, LE SUE CANZONI E LA VOGLIA DI RACCONTARE UNA STORIA.

Ci sono volte in cui la musica crea un distacco tra la sua essenza più profonda e l’istinto di chi l’ascolta. Altre volte, al contrario, si assiste ad una commercializzazione mediatica dei significati che porta irrimediabilmente alla dispersione degli stessi. Banalizzandoli. Tommaso Paradiso, cantante e autore dei Thegiornalisti, durante il suo tour acustico ha fatto qualcosa di diverso. Di intimo e spontaneo. Ha colmato una distanza, avendo allo stesso tempo cura della sua arte, rendendo il pubblico parte attiva di un consueto dialogo creativo con la sua follia. “Volevo raccontare una storia al pubblico, volevo ridere, scherzare, andare in giro, sentirmi a casa. Un pianoforte al centro e tanta gente intorno ad ascoltare.  Non posso dire che non sia andata esattamente così. Sarà perché molte delle canzoni che Tommaso ha scritto sono un qualcosa che attendevano, che speravamo di ascoltare prima o poi; sarà per la sua spontaneità ed il suo gusto un po’ vecchie maniere; ma quell’atmosfera ha ridato italianità al cantautorato contemporaneo. E tutto questo ci convince. Perché celebrativo di un approccio alle emozioni e allo scambio che è solo nostro. Beh, grazie.