QUANDO SI ACCENDEVA LA LUCE DELLA LAMPADA ABAT-JOUR

Quando non c’erano le uscite di testa
I capelli che spaccano e le feste dove non ci si incontra ma si balla
Ma gli alberi coi fiori ad ottobre
I divani rossi
Le chiacchiere fino alle 7, le sigarette
La città che sa di campagna
Il sole ad ottobre, la lampade abat-jour
La fine dell’estate
Le fitte allo stomaco
La malinconia e l’insonnia
Le autostrade umane, la paura di non esistere
I film anni ‘80
La paura di non esistere, le autostrade umane
I vecchi, i gatti, i cinema

E l’estate che riscalda.

LA CHIAMAVANO “GENERAZIONE IN”. DEGLI INCERTI, INCOMPLETI, INSICURI. MA PRIMA O POI CI PASSERA’.

Incerti, incompleti e inquieti. Insicuri, insoddisfatti, incostanti. Abituati a vivere sotto il riflesso della luna. C’è un sole perfetto fuori ma non basta. Il pensiero non regge i ricordi di una spensieratezza così lontana. Continua a leggere LA CHIAMAVANO “GENERAZIONE IN”. DEGLI INCERTI, INCOMPLETI, INSICURI. MA PRIMA O POI CI PASSERA’.

VORREI ASCOLTARTI FRA VENT’ANNI.

Martedì sono stata al concerto de I Cani e sono rimasta molto colpita. Contessa sul palco ha mostrato tecnica, precisione e rispetto per la sua arte. C’era esplosione, follia, eccitazione. Ma anche apprezzate note di sobrietà e concentrazione da parte di tutta la band. Così si fa. Così si cresce. Il fatto è che poi, fuori dall’Atlantico, ho iniziato ad osservarmi intorno, a guardare i volti delle persone, i loro gesti. Ho immaginato la mia vita fra vent’anni e mi sono chiesta: esiste ad oggi un gruppo o un cantautore, della scena nazionale ed internazionale, che ascolteremo fra vent’anni? Che vedremo su qualche palco o magari a teatro, confermando quella stessa pienezza di contenuti e senso di attualità? Gli artisti di oggi hanno nomi cool, scrivono cose cool, lanciano sfide alla socializzazione digitale in modo cool. Sono idoli di una generazione profonda e confusa; quella dei contratti a termine, delle storie a breve termine, degli obiettivi senza termine. Sono il manifesto di una vita che si nutre di emozioni forti, di estremi opposti. Di prese in giro. Di crisi interiori. Di persone che non si fermano, di individualisti a vita, ma non necessariamente per scelta. Per quanto possa immaginare un sussidiario stagione 2 di questa giovinezza, non vedo alcuna proiezione al futuro se non in chiave solista. A parte alcune accezioni che ci tengo ad argomentare. Porrò la mia attenzione su quei linguaggi puramente artistici ed introspettivi, che in qualche modo esulano dalle consuetudini e dalle tendenze, che al massimo si interrogano sulle ragioni. Sto pensando ai Baustelle. Riconosco nel loro linguaggio narrativo uno schema di interpretazione che si basa sui valori, sulle cause, non sugli effetti. C’è un continuo scendere in profondità che esalta la presenza di una costante nell’uomo che però assume forme adatte al presente, sviluppando così atteggiamenti in qualche modo coerenti con lo scenario del tempo. Quello di oggi e quello di domani. Bianconi continuerà a parlare di noi, per quel minimo denominatore che accomuna la nostra esistenza. E lo farà al passo coi tempi. Così come Mogol e Battisti ad esempio, Dalla,  De Andrè a loro modo hanno fatto, accompagnando generazioni e generazioni, mettendo sempre al centro la natura dell’uomo, più di ogni altra cosa. Le caratteristiche più pure, il suo rapporto con l’atmosfera del tempo. L’effetto dei suoi meccanismi sui nostri comportamenti e stati d’animo. C’è poi un secondo scenario che vede protagonisti alcuni front man che hanno eccelso per tecnica, energia e firma poetica. Che continueranno a comporre in maniera sempre più intimistica. I futuri solisti, appartenenti alla categoria “ex cantante dei”. Mi immagino Manuel Agnelli, un teatro, un pianoforte. Nuova parole ma anche vecchi testi che avranno un sapore più nostalgico. Forse un maggior distacco dal pubblico, un atteggiamento maestrale, ma ben accetto. La chiamerei stima. Vorrei includere in questa categoria lo stesso Niccolò Contessa, il quale ha dimostrato, con questo ultimo album soprattutto, un desiderio di emancipazione generazionale. Un gusto più maturo nelle scelte di linguaggio e di suono. C’è un’altra questione su cui è importante riflettere che ci proietta su uno scenario ancora differente. Oggi assistiamo ad un paradossale senso di campanilismo accolto dai fanatici dell’indie rock italiano più contemporaneo. Sarà perché per ritagliarsi un punto di vista su Facebook si è portati a curiosare ed emulare i gusti degli altri. Sarà perché il dialogo tra membri di una stessa “comunità” è per lo più on line, quindi più rapido ed accessibile. Ad ogni modo, queste comunità diventano sempre più grandi. Quei famosi dialoghi si moltiplicano esponenzialmente. Ed è così che un fenomeno originariamente di nicchia diventa popolare al secondo disco. Facebook è il media più forte dei nostri tempi, è il Sanremo del ventunesimo secolo. In questo libro si raccolgono le emozioni e i pensieri della gente. L’indie è ormai dunque parte del programma più popolare di tutti i tempi, che attira da sempre l’attenzione di circa il 50% degli italiani. Diventando essenzialmente pop. Ma in fin dei conti, tutti cantano Battisti.

VIDEO INTERVISTA A TOMMASO PARADISO: IL TOUR, LE SUE CANZONI E LA VOGLIA DI RACCONTARE UNA STORIA.

Ci sono volte in cui la musica crea un distacco tra la sua essenza più profonda e l’istinto di chi l’ascolta. Altre volte, al contrario, si assiste ad una commercializzazione mediatica dei significati che porta irrimediabilmente alla dispersione degli stessi. Banalizzandoli. Tommaso Paradiso, cantante e autore dei Thegiornalisti, durante il suo tour acustico ha fatto qualcosa di diverso. Di intimo e spontaneo. Ha colmato una distanza, avendo allo stesso tempo cura della sua arte, rendendo il pubblico parte attiva di un consueto dialogo creativo con la sua follia. “Volevo raccontare una storia al pubblico, volevo ridere, scherzare, andare in giro, sentirmi a casa. Un pianoforte al centro e tanta gente intorno ad ascoltare.  Non posso dire che non sia andata esattamente così. Sarà perché molte delle canzoni che Tommaso ha scritto sono un qualcosa che attendevano, che speravamo di ascoltare prima o poi; sarà per la sua spontaneità ed il suo gusto un po’ vecchie maniere; ma quell’atmosfera ha ridato italianità al cantautorato contemporaneo. E tutto questo ci convince. Perché celebrativo di un approccio alle emozioni e allo scambio che è solo nostro. Beh, grazie.

TEASER VIDEO INTERVISTA A TOMMASO PARADISO (THEGIORNALISTI)

AUTOREVERSE | SIAMO STATI UN PO’ TUTTI “SOTTO CASA TUA”.

Sotto casa tua, degli Autoreverse, è una canzone che ho ascoltato molte volte. Spesso mi sono ritrovata a ricercarla – in macchina – tra le mie playlist di Spotify. Ed è in questa consuetudine che si ritrova l’essenza stessa della canzone, nella sua indipendenza dalla modalità shuffle. Sotto casa tua è un pezzo che si decide di ascoltare. Le parole sono semplici e descrittive ed è grazie a questa spontaneità che il messaggio diventa immediatamente chiaro ed apprezzabile. Ci ritroviamo un po’ tutti in questo motivetto ridicolo. Ci raccontiamo le stesse bugie. Ci confidiamo le stesse verità. Una narrativa popolare, quasi scolastica, enfatizzata però da un ritmo indie e reattivo. Indipendente dalle sue stesse parole. Un’armonia che sembra voler allontanarsi dai suoi contenuti. Non c’è respiro. Un fiume di confidenze senza interruzioni. Molto molto carina.

AURORA: IL TERZO ALBUM DE ICANI. MALINCONIA E DESERTI NOTTURNI.

Con Aurora, il terzo album della band, I Cani cambiano contesto. Ci si allontana definitivamente dalla  vita di quartiere e dalle tipicità generazionali, per raggiungere universi molto più intimi e malinconici. Al centro della scena “l’uomo ad una dimensione” che prende coscienza di un’esistenza profondamente inutile dinnanzi alle teorie dell’universo. Una verità priva di ironia, mascherata talvolta dal riflesso dell’Aurora sui nostri pensieri, che segna l’inizio di un nuovo giorno. Avvolti da un’insolita apparente freschezza. Ad accompagnare questo flusso di pensieri un ritmo maturo e sfidante, un insieme di suoni moderni e completi. Un pianoforte elettrico che mette i puntini sulle “i”. Il fallimento dell’uomo prende forma nelle relazioni a due, negli amori, nei tentativi di trovare nuovi stimoli, spesso guardando al passato. Come in Una cosa stupida, dove si tenta di riportare nel presente un dialogo più leggero, dal quale ci siamo voluti volontariamente allontanare, in cerca di una profondità quasi auto-celebrativa. Davanti alla verità, però, lo sguardo si abbassa lasciando spazio alla malinconia e al senso di colpa. In Questo nostro grande amore, in maniera quasi dovuta, Niccolò Contessa ci parla degli amori ai tempi dei social network. L’amore non è più la manifestazione di una follia incontrollabile, incomprensibile, ma un bene di mercato, con un valore quantificabile, con un potenziale che si nutre di pathos e di “solidarietà sociale”. L’intero disco è avvolto da questo senso di deserto notturno e meditativo. Come in Sparire. La melodia è dolce e malinconica e ricorda quella di un vecchio carillon, che rallenta e si ferma su istanti di inquietudine e di preghiera. Alla preghiera questa volta non si affida più la pace interiore o il proprio destino ma l’assenza di sogni. Sparire e smettere di essere protagonisti persino della propria esistenza, abituarsi ad essere avvolti dal silenzio e dalla polvere. D’altronde il sogno ci rende attivi e propositivi dinnanzi ad uno status di irrimediabile passività alla vita. E tutto ciò non ha più un senso. Ne Il posto più freddo torna la notte. E poi la pioggia, il freddo, il buio e una luce che si tenta di accendere attraverso la comunicazione. In fondo questa solitudine spaventa e si chiede aiuto; ma il tentativo è fallimentare perché ricercato nuovamente in qualcosa di finito, di passato. Un album ricco di oggetti vintage pieni di polvere, di dettagli che ci passano davanti, inafferrabili, in un tempo che invece ci costringe a fermare il pensiero e ad approfondire. Un’antitesi costante, che non può finire. Che Non finirà. Torna la metafora del fallimento dell’uomo negli spazi di Calabi-Yau, dove tutto ciò che si muove viene costantemente riportato al suo punto di partenza e diventa sterile ogni tentativo di ricerca di se stessi. Il ritornello è bellissimo e insopportabile allo stesso tempo. Finirà appare come una traccia fantasma, fuori lista. Si ha la sensazione che il disco continui a girare e che improvvisamente il silenzio venga interrotto da un suono spaventosamente calmo. Si passa da un pessimismo relativo, presente in ogni traccia dell’album, ad un pessimismo cosmico che coinvolge l’universo stesso e che vede svanire ogni parte di sé. Non c’è più distanza tra presenza e mancanza. Persino il ruolo della guerra si ridimensiona completamente e viene paragonato a un tubetto di dentifricio. Persino il male smette di avere un ruolo nel mondo. Proprio a nessuno è concesso il diritto di tornare a respirare. Niccolò Contessa, però, non prende semplicemente coscienza dell’immutabilità di un destino così chiaro ma, attraverso Ultimo mondo,  va avanti,  ed assegna alla fine dell’universo una colonna sonora: suoni di diversa origine e natura si mischiano in un unico grido che velocizza il suo andamento fino a sparire definitivamente.