AURORA: IL TERZO ALBUM DE ICANI. MALINCONIA E DESERTI NOTTURNI.

Con Aurora, il terzo album della band, I Cani cambiano contesto. Ci si allontana definitivamente dalla  vita di quartiere e dalle tipicità generazionali, per raggiungere universi molto più intimi e malinconici. Al centro della scena “l’uomo ad una dimensione” che prende coscienza di un’esistenza profondamente inutile dinnanzi alle teorie dell’universo. Una verità priva di ironia, mascherata talvolta dal riflesso dell’Aurora sui nostri pensieri, che segna l’inizio di un nuovo giorno. Avvolti da un’insolita apparente freschezza. Ad accompagnare questo flusso di pensieri un ritmo maturo e sfidante, un insieme di suoni moderni e completi. Un pianoforte elettrico che mette i puntini sulle “i”. Il fallimento dell’uomo prende forma nelle relazioni a due, negli amori, nei tentativi di trovare nuovi stimoli, spesso guardando al passato. Come in Una cosa stupida, dove si tenta di riportare nel presente un dialogo più leggero, dal quale ci siamo voluti volontariamente allontanare, in cerca di una profondità quasi auto-celebrativa. Davanti alla verità, però, lo sguardo si abbassa lasciando spazio alla malinconia e al senso di colpa. In Questo nostro grande amore, in maniera quasi dovuta, Niccolò Contessa ci parla degli amori ai tempi dei social network. L’amore non è più la manifestazione di una follia incontrollabile, incomprensibile, ma un bene di mercato, con un valore quantificabile, con un potenziale che si nutre di pathos e di “solidarietà sociale”. L’intero disco è avvolto da questo senso di deserto notturno e meditativo. Come in Sparire. La melodia è dolce e malinconica e ricorda quella di un vecchio carillon, che rallenta e si ferma su istanti di inquietudine e di preghiera. Alla preghiera questa volta non si affida più la pace interiore o il proprio destino ma l’assenza di sogni. Sparire e smettere di essere protagonisti persino della propria esistenza, abituarsi ad essere avvolti dal silenzio e dalla polvere. D’altronde il sogno ci rende attivi e propositivi dinnanzi ad uno status di irrimediabile passività alla vita. E tutto ciò non ha più un senso. Ne Il posto più freddo torna la notte. E poi la pioggia, il freddo, il buio e una luce che si tenta di accendere attraverso la comunicazione. In fondo questa solitudine spaventa e si chiede aiuto; ma il tentativo è fallimentare perché ricercato nuovamente in qualcosa di finito, di passato. Un album ricco di oggetti vintage pieni di polvere, di dettagli che ci passano davanti, inafferrabili, in un tempo che invece ci costringe a fermare il pensiero e ad approfondire. Un’antitesi costante, che non può finire. Che Non finirà. Torna la metafora del fallimento dell’uomo negli spazi di Calabi-Yau, dove tutto ciò che si muove viene costantemente riportato al suo punto di partenza e diventa sterile ogni tentativo di ricerca di se stessi. Il ritornello è bellissimo e insopportabile allo stesso tempo. Finirà appare come una traccia fantasma, fuori lista. Si ha la sensazione che il disco continui a girare e che improvvisamente il silenzio venga interrotto da un suono spaventosamente calmo. Si passa da un pessimismo relativo, presente in ogni traccia dell’album, ad un pessimismo cosmico che coinvolge l’universo stesso e che vede svanire ogni parte di sé. Non c’è più distanza tra presenza e mancanza. Persino il ruolo della guerra si ridimensiona completamente e viene paragonato a un tubetto di dentifricio. Persino il male smette di avere un ruolo nel mondo. Proprio a nessuno è concesso il diritto di tornare a respirare. Niccolò Contessa, però, non prende semplicemente coscienza dell’immutabilità di un destino così chiaro ma, attraverso Ultimo mondo,  va avanti,  ed assegna alla fine dell’universo una colonna sonora: suoni di diversa origine e natura si mischiano in un unico grido che velocizza il suo andamento fino a sparire definitivamente.